La sposa secca del muretto

Nello sconfinato piano orizzontale che taglia la prospettiva dello sguardo, Daniela Liviello scorge i dettagli minuti di un mondo teso tra la luce che riempie e rigenera il respiro e l'infaticabile lavorio della consunzione. Un paesaggio insieme reale e interiore, quello che si presenta all'autrice, che ne segna i tratti consegnando al lettore immagini-versi che richiamano un dipinto espressionistico.

È una «liturgia della rovina», ma non un radere a zero con il fuoco. Dove c'è la siccità, c'è anche l'aria, e l'acqua insinuata nella pietra riesce a nutrire l'arida secchezza della terra.

Lo «stare a mezz'aria» della gente del Sud, quella disposizione dello spirito che evoca un motivo topico della poesia di due grandi cantori del Sud, Vittorio Bodini e Carmelo Bene, ha un fascino equivoco, un che di magico e sognante, quello delle cose che «si scolgono la mattina nel  caffè» ma quando il volo ha preso a spiccare, in cielo è un «odore di foglie / e tempesta»: un richiamo che proviene da un utero antico dell'umanità il quale tuttavia, in quella tentazione di denudamento razionale e ritorno all'origine, è allo stesso tempo avvertimento e presagio di dissoluzione.

Un canto feroce, e pur tuttavia d'amore. Anzi, più esattamente, feroce come solo può essere l'amore, esigente e spietato, radicale nella sua  invettiva che cela però, sempre, un afflato interrogante e dialogico.

«Terra pesante, cielo basso. Eppure non è un paesaggio opprimente. È solo che sulle cose c’è uno sguardo che sta attaccato, che non si distrae. Uno sguardo radicato, letteralmente. Che non si stacca da terra. Si sente il peso, una fatica, un sapere quanto costi stare al mondo in certi giorni, in certe vite. Una solitudine, un mal di vivere che è spaccatura, crepa, secchezza, appunto, di muretto». (dalla prefazione di Caterina Serra).

 

 

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